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Perché voterò Sì. Nonostante Renzi.

Questa domenica voterò Sì al referendum sulla riforma costituzionale, e voterò con ragionevolezza. Lo dico perché nel corso di questa campagna ho capito che il fatto che voterò con ragionevolezza è più importante del fatto che voterò Sì. Perciò, nella prima parte di queste riflessioni scriverò della nuova divisione che si è creata tra gli italiani e del perché sento di stare con la ragionevolezza; nella seconda spiegherò invece i tre principali argomenti per cui voterò Sì. Nonostante Renzi.

Militanti e pensatori

Il referendum sulla riforma costituzionale ha portato alla luce una divisione tanto latente quanto profonda nel nostro paese. Semplificando, credo che nel corso della campagna ci siamo divisi in due blocchi non apertamente contrapposti, a differenza di quelli dei Sì e del No. Da un lato, il “blocco della ragionevolezza” ha cercato di maturare una decisione frugando tra varie analisi, esplorando dati e resoconti, testando la validità delle tante considerazioni che si potevano fare. Dall’altro, il “blocco delle anime pure” ha costruito giorno dopo giorno il senso eroico della propria posizione, identificando le considerazioni da enfatizzare (qualcuno anche quelle da nascondere), santificando i propri profeti e demonizzando quelli degli avversari. Durante la campagna, i ragionevoli avevano la necessità di capire, i puri avevano già capito tutto e preferivano battagliare;  i ragionevoli sono diventati i depositari del dubbio e dell’apertura, le anime pure gli apostoli delle proprie verità e certezze; i primi cercavano la riflessione, i secondi preferivano l’invettiva; i primi potevano ammettere apertamente le proprie mancanze, i secondi solo le colpe degli altri.

In entrambi gli schieramenti del Sì e del No ci sono spiriti ragionevoli e anime pure. Anche persone con una storia comune si sono divise su questo referendum. Tra i giornalisti, per esempio, è diventato chiaro che Michele Santoro era uno spirito ragionevole, mentre Marco Travaglio era un’anima pura. I politici sono spesso anime pure per convenienza, mentre molte persone diventano anime pure per convinzione. Con piacere ho scoperto che Francesco Guccini era uno spirito ragionevole. Sulle ragioni dello scontro PD-ANPI ha descritto perfettamente il suo essere ragionevole:

Non mi sono chiarissime, ma forse perché sono un po’ disinformato, le ragioni dell’A.n.p.i. Mi piacerebbe sentirle in maniera più profonda. Però questo confronto sarà sicuramente utile.

Ora, io non credo che essere un’anima pura sia un male in sé, ma solo in questo specifico contesto referendario. Infatti, una persona non è un ragionevole o un’anima pura dalla nascita, ma cambia a seconda delle contingenze. Per esempio, sotto dittatura essere ragionevoli è una scelta colpevole e riprovevole. Infatti i partigiani erano anime pure: “Tutto il male avevamo di fronte, tutto il bene avevamo nel cuor…”. Pierpaolo Pasolini era un ragionevole quando scriveva dell’aborto, e un’anima pura nella condanna dell’omologazione. Non tutti poi possono permettersi di essere ragionevoli. Di certo non può permetterselo chi ha freddo o la pancia vuota. Ma c’è anche chi pretende di avere freddo e la pancia vuota per poter essere un’anima pura.

Detto questo, nell’attuale contesto italiano, le anime pure che affermano che il paese si avvia al disastro, che trattano i promotori della riforma alla stregua dei fascisti, o che affermano che la (schi/de/controri)forma porta alla deriva autoritaria, sono andate oltre la realtà. Chi afferma questo si è costruito una realtà di cui si serve per ragioni di opportunità politica o professionale, o per sentirsi in pace con se stesso: è chiaro a tutti che questa riforma, come ogni riforma, non è perfetta ed è frutto di compromessi, ma dire che la vittoria del Sì metterebbe a rischio la democrazia serve solo alle anime pure del No per sentirsi dalla parte giusta di una guerra che non esiste. Allo stesso identico modo, dire che il No farebbe sprofondare l’Italia nella depressione serve solo alle anime pure del Sì per auto-convincersi che loro possono salvare la patria. Ma all’Italia adesso non servono salvatori, ma solo una decisione ragionevole.

Per questo domenica voterò Sì, ma nel votare Sì mi sento più vicino agli spiriti ragionevoli del No che alle anime pure del Sì. Per questo credo che la cosa più importante domenica prossima sia votare con ragionevolezza.

Di seguito elenco i tre dubbi su cui ho riflettuto un po’ più a lungo e la cui risoluzione mi ha portato a favorire il Sì.

1) La riforma costituzionale non è la priorità dell’Italia…

La vera priorità dell’Italia è invece… [seguono una o più espressioni del tipo: “la crescita economica”, “la lotta alla disoccupazione”, “la riduzione del debito pubblico”, “il rilancio della competitività”, “la lotta alla corruzione”, “l’aumento dei salari”…] quindi Renzi/il governo dovevano occuparsi di questo, non di cambiare la costituzione che …[seguono elogi alla carta].

Ora, da persona di sinistra io credo realmente che la povertà, la disoccupazione, e soprattutto la disuguaglianza siano i problemi più gravi del nostro paese, e infatti inizialmente ero persuaso dall’argomento. Ma poi mi sono convinto che obiettivi come “ridurre la disoccupazione” sono scatole vuote. Non significano nulla se non si specifica come si vogliono raggiungere. Forse siamo tutti d’accordo sui fini ultimi, ma il punto è che ci dividiamo sui mezzi per ottenerli. Proprio a questo serve la politica. Per esempio: vogliamo combattere la disoccupazione rilanciando gli investimenti pubblici, anche sforando i parametri europei? con la concertazione? oppure vogliamo aumentare la flessibilità del lavoro e ridurre le tasse alle imprese nella speranza che queste poi assumano di più? La realtà è complessa, per questo è naturale che ci dividiamo. Ma ognuna di queste scelte implica delle decisioni forti e, senza una maggioranza parlamentare unita, la risposta politica ad ognuno dei grandi problemi sarà sempre la stessa: politiche modeste e contraddittorie, o il nulla. Per questo credo che la riforma della costituzione sia la priorità dell’Italia, perché introduce elementi che consentirebbero ad un governo futuro di affrontare, con una reale possibilità di intervento, tutte le altre problematiche. E questo ci porta al secondo punto…

2) La riforma non prevede contrappesi…

E quindi renderebbe il governo troppo forte, per effetto del combinato disposto di riforma e Italicum, che schiaccerebbe il dissenso lasciando l’Italia in balìa dell’uomo solo al comando.

Questo è un punto che sento particolarmente, come tanti. Sentivo forte questo rischio ai tempi della riforma del 2006, ma in questo caso il mio timore è attenuato per due ragioni. Primo, mentre quella riforma avrebbe dato al capo del governo il potere di sciogliere la Camera, l’unico potere aggiuntivo che questa riforma darebbe al governo è quello di chiedere alla Camera di esaminare un ddl “essenziale” in tempi brevi (art. 72). Ci sono altri effetti sul governo, ma sono indiretti. Del tipo: il Senato, non votando più la fiducia, non potrebbe neanche toglierla, e questo renderebbe il governo più forte. Secondo, la disproporzionalità —la distanza tra percentuale di voti e percentuale di seggi— dell’Italicum con l’attuale distribuzione tripolare degli elettori sarebbe alta, vero. Ma devo ricordare che Hitler ha preso il potere nella Repubblica di Weimar, dove il proporzionale puro portava a governi molto instabili, non in un paese con il doppio turno o il collegio unico. Ovviamente non scrivo questo per dire che il proporzionale è il male assoluto, ma per sottolineare che l’instabilità dei governi può ledere la democrazia tanto quanto la minore rappresentanza. Proprio per questo da anni si studiano sistemi che cercano un compromesso.

Tutto sommato, la riforma aumenterebbe i poteri effettivi del governo, ma non fino al punto di cambiare la natura della nostra democrazia, che resterebbe nell’ambito del parlamentarismo (con la camera che può sempre togliere la fiducia al governo, e non il contrario). D’altra parte, e questo è il punto che mi ha fatto superare questo dubbio, la riforma favorirebbe governi mono-partitici che limitano il gioco dei ricatti e dello scaricabarile [cose di questo tipo]: a differenza di quanto accade oggi, la responsabilità delle cose non fatte sarebbe tutta del governo e della maggioranza che lo sostiene. Questa si chiama chiarezza della responsabilità politica (accountability) e 40 anni di evidenza, inclusa quella più recente mostrano aldilà di ogni più ragionevole dubbio che la chiarezza della responsabilità è il fattore critico per ridurre la corruzione. In pratica, gli elettori si farebbero due conti in tasca e saprebbero bene di chi è la responsabilità per quello che si ritrovano, senza spazio per le scuse.

3) Il Parlamento italiano fa già troppe leggi…

Anche con l’attuale bicameralismo della costituzione del 1947, quindi non serviva stravolgerne 50 articoli .

Ora —aldilà del fatto che se uno va a vedere ed esclude gli articoli dove “Parlamento” viene sostituito in “Camera dei Deputati” e cose simili praticamente gli articoli che cambiano davvero saranno una quindicina— credo che questa sia una constatazione vera che paradossalmente nasconde la verità. Mi spiego con una domanda: chi fa le leggi in Italia? Il Parlamento, ci insegnavano a scuola. Se questo fosse vero il punto sarebbe corretto, ma il problema è che non lo è, purtroppo è sbagliato. In Italia, segreto di pulcinella, le leggi le fa il governo. Non le fa più il parlamento, e soprattutto non le ha mai fatte il popolo, perché gli strumenti previsti dalla costituzione, l’iniziativa legislativa popolare e la petizione, funzionano male. Quindi dire che il procedimento legislativo in Italia è già veloce e che si fanno abbastanza leggi non è interamente corretto, perché dipende da questa disfunzione: non sconta il fatto che sarebbe così lento fare le leggi in parlamento, che poi finisce che nella pratica le fa il governo. Ma con i decreti legge del governo, che ci mettono un terzo del tempo dei decreti parlamentari, e soprattutto con i voti di fiducia, non si crea un vero dibattito sui temi. E infatti la qualità delle leggi spesso è bassa, perché in Italia la democrazia è tutto fuorché deliberativa. Chi crede, come me, che sia importante che il parlamento, e soprattutto il popolo, tornino a fare le leggi dovrebbe appoggiare questo cambiamento del procedimento legislativo.

In conclusione

Ho maturato queste convinzioni sulla base della ragionevolezza, e quindi da un lato potrei anche cambiare idea, dall’altro resto comunque aperto agli altri punti di vista. Oltretutto, per inciso, sono pessimista sul nostro futuro economico, a prescindere dal risultato del referendum. Temo che non appena finisca il quantitative easing ripartirà l’attacco contro l’Italia sui mercati, a meno che non si spezzi la resistenza degli ordoliberalisti tedeschi e la BCE prenda finalmente decisioni radicali, le uniche ragionevoli dato il contesto. Del tipo: un piano straordinario di infrastrutture europeo, oppure dovrebbero tirarci i soldi dall’elicottero, senza darli alle banche che non ce li fanno arrivare, e per sempre, senza alcun limite temporale prestabilito (questo è il solo modo per indurci a spenderli). Non credo che questo voto inciderà poi tanto sul nostro futuro economico, ma comunque cambierebbe il modo con cui ci rapportiamo con le istituzioni.

Per il momento quindi, ragionevolmente, io voterei Sì. In tutto questo non ho ancora citato Renzi, che punirò per la sua politica economica alle prossime elezioni, se si presenterà. Ma credo che la cosa dovrebbe essere, almeno in parte, marginale. Come dovrebbe essere marginale il dibattito sui risparmi per lo stato, perché dovremmo voler pagare anche di più per una costituzione che funziona bene.  (Chi è interessato può farsi un’idea leggendo questo articolo su quanto scenderebbero davvero i costi della politica dopo il referendum).

Renzi dovrebbe essere almeno in parte marginale, ma non del tutto. Perché purtroppo il contesto politico non va trascurato. La vittoria del No sarà letta nell’ambito dell’ondata populista che ha portato il Regno Unito fuori dall’Unione, Trump (ancora non mi abituo…) alla presidenza, e l’Austria a un passo dall’avere un presidente con simpatie neonaziste (non che sia una novità, visto che Trump batteva i tacchi dicendo: “Heil Hitler!” per scherzare in famiglia, e dorme con il Mein Kampf sul comodino, almeno dice l’ex moglie…). Quindi, temo che la vittoria del No rappresenterebbe una vittoria della sinistra e dei movimenti solo per le anime pure della sinistra e dei movimenti, che ormai sono tutt’altro che moltitudini. Purtroppo, temo che sarebbe invece un altro piccolo passo sul tramonto della democrazia liberale e delle conquiste dell’illuminismo. Con buona pace di Fukuyama che andava scrivendo che la storia era finita.

Per tutto questo voterò Sì. Nonostante Renzi.

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