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Considerazioni sul “reddito di cittadinanza”

Il reddito minimo universale è entrato in vigore per la prima volta in Italia nel 2019, approvato dal parlamento a seguito di un decreto del governo Conte I. Questo strumento integra il reddito da lavoro o pensione fino al limite di 700 euro mensili, ma non permette a tutti i cittadini di ottenere del denaro per il solo merito di esistere; perciò non si tratta di un reddito di cittadinanza vero e proprio, anche se è noto con tale dicitura.

Fatta questa premessa, credo che il provvedimento soffra di alcuni problemi di implementazione, ma non sia così insensato come molti critici lo dipingono.

Tra di essi, il comune senitmento si rifà perlopiù all’idea di assistenzialismo. In un paese dove lo stato si è quasi interamente ritirato dall’economia se non per cercare di raccogliere le cifre necessarie al mantenimento del suo massiccio debito pensionistico, non è da biasimare chi se ne preoccupi.

Tuttavia, se la critica di assistenzialismo rimanda a quel (mis)management pubblico che è stato fra le cause principali della ritirata dello stato dall’economia reale, vi è una differenza fra questo processo e le motivazioni sottostanti al reddito minimo universale. Da una parte, il mismanagement delle finanze e di alcune imprese pubbliche si sostanziava in politiche clientelari, assenteismo sistematizzato, rimborsi fantasiosi, malati immaginari e baby pensionati; tutte spese che hanno inesorabilmente intaccato i profitti delle imprese pubbliche e l’efficienza dello stato. Dall’altra parte, siamo sicuri che la spesa per il reddito universale sia davvero così inefficiente da essere paragonabile a ciò?

Certo, il modello di flexsecurity scandinava tanto popolare negli anni 2010 funzionerebbe bene in teoria: si alleggeriscono i limiti alla stabilità del posto di lavoro e si potenziano gli ammortizzatori sociali, in modo da avere un mercato più dinamico e aperto.

La pratica, però, ha ulteriori implicazioni. Proprio per via di quel mastodontico articolo-18 che nei fatti impediva il licenziamento nelle imprese con più di 15 addetti, fin dagli anni ’90 si sono sviluppati contratti paralleli che di fatto mascherano il lavoro dipendente da lavoro autonomo: parlo dei co.co.co e di molte partite iva. Questi contratti hanno sgravato il datore di lavoro anche da oneri sociali, generando un mercato binario in cui esiste una fetta di lavoratori dipendenti garantiti da tutele ed eventuali sussidi, e una restante parte di cittadini pressoché sconosciuti al welfare state, i quali hanno i loro stessi risparmi come unico paracadute.

Ora, in gergo tecnico, questi risparmi si chiamano precautionary savings. Il nome è dovuto al fatto che, in un mondo dove non è possibile assicuarsi contro ogni possibile rischio, e dove ci sono limiti alla capacità di prestito presso le istituzioni finanziarie, agenti economici del tipo sopra descritto tendono ad accumulare una quantità di risparmi eccedente rispetto a quella che sarebbe ottimale nella loro condizione.

Ne consegue che lo stato che provveda a una spesa di integrazione del reddito per gli esclusi dal sistema di welfare non solo guadagna in termini di equità sociale, ma anche di efficienza economica. Con il reddito minimo universale, i disoccupati e chi non raggiunge la soglia di sussistenza (i cosidetti agenti hand-to-mouth) hanno di che aumentare i propri consumi; gli occupati con contratti precari, che affrontano il rischio di cadere nel gruppo hand-to-mouth, realizzando che un paracadute esterno ai propri risparmi viene introdotto, possono a loro volta ridurre questi ultimi e aumentare i consumi verso il loro livello ottimale.

E’ questa, in altre parole, una rielaborazione di ciò che una volta veniva detto moltiplicatore keynesiano. Con un euro di spesa pubblica si genera più di un euro di consumi, che sono la componente primaria del PIL.

Beninteso, non si tratta di una legge di natura, valida sempre e comunque; dipende chiaramente dal tipo di spesa pubblica. Ma, una volta aumentati i controlli sul lavoro in nero, su chi dichiara il falso e percepisce ciò che non gli spetta, e una volta effettuato un esame razionale estraneo alle bandiere politiche, il reddito minimo universale non pare un provvedimento di mero assistenzialismo.

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